T-Max (secondo tempo)

Posted by opinionista on Marzo 9, 2011

S’erano incamminati lentamente. Fumando un afgano che si litigarono strada facendo, mimando pugni come pugili scarsi.
300 metri ed ecco il muretto della comitiva rivale. Anche se poi rivali, in quartiere che sembra un paese della Cisgiordania, suona ridicolo.
“Ndo sta er moretto?” parlò Medusa.
“Sta in garage a smontà no scuter” rispose uno dei pochi presenti.
Senza ringraziare o altro svoltarono intorno al palazzo e scendesero nei garage. Si sentiva rumore di cacciaviti e bestemmie.
Lo videro seduto mentre un paio di tipo, piuttosto grossi, stavano smontando un t-max. Ora c’è un proprietario in città che starà piangendo.
“Che cazzo volete mò voi tre?” subito aggressivo il Moro appena li vide in penombra. Li aspettava. O quanto meno ne aspettava due.
“A Morè nun fa lo stronzo e dacce subito sti sordi” disse Paoletto per nulla intimidito.
“Già ve l’ho detto che m’hanno rubato tutta la roba che c’avevo appizzata. Nun ve posso ridà ncazzo”.
“Non hai capito che nun ce ne frega ncazzo. Te hai comprato na cosa da me e me la devi pagà. Si poi l’hai regalata o te la sei pippata tutta, nun me ne frega ncazzo. Anzi nun ce ne frega ncazzo”.

I due intenti a smonare lo scooter si alzarono. Ma non erano due come sembrava all’inizio, erano quattro.
Tutti e quattro sopra i 25 anni e tutti e quattro piuttosto grossi.
“A Moro mo questi che cazzo vonno?” disse uno de loro.
“Stanno a piscià ndo nun devono piscià. Pensano de avecce er cazzo grosso quanno manco je se arza. Nun hanno ancora capito che nun devono cagà er cazzo a chi è più fijodenamignotta de loro”.
Paoletto ormai s’era avvicinato a non piu’ di 3 metri dal moro. Gli altri due distanti una decina.
Uno dei due mani in tasca, giocavo col tirapugni. Paoletto ne aveva distribuito uno per uno. Per queste cose è sempre stato un preciso. Mai uscire di casa senza qualche ritocco. Tirava una brutta aria e i nervi si tesero.
Tum! Paolo crollò a terra in una pozza di sangue. Svenuto o morto che fosse, nessuno se ne occupò.
Da dietro una colonna era uscito il quinto con una mazza in mano con cui colpì Paoletto, ormai a terra privo di sensi.
Non ci fu il tempo di reagire perchè una lama trafisse la coscia del moro mentre il Moro lo colpì con un pugno in pieno viso, talmente forte che anch’esso crollò a terra svenuto.

E così rimasi solo. Ricordo solo che non ho avuto neanche la forza di gridare. Ho preso e sono scappato. Che cazzo dovevo fa?! Famme ammazzà? Difende l’onore? O forse annà a cercà quelli più grandi, magari i due zii del Medusa che so du’ canacci rispettati nel quartiere. Me so ritrovato a correre dentro sto garage inseguito da 4 persone. Se non fosse che me stavo a cagà sotto ed ero spaventato a morte, me sarei messo a ride. M’era venuto in mente in quel film americano de bande, i guerieri della notte, quanno sti guerieri rimasti tipo in 2 vengono inseguiti da sta banda rivale vestita da giocatori de beisbòl, ma truccati tipo i Kiss, quer gruppo strano che sente mi fratello grande, quello mezzo metallaro. Nel film però sti due se fermano e riescono a menà a tutti pure senza bastoni. E allora me venne da soride, perché avrei voluto esse uno de quelli che mena a tutti, mentre la realtà era che se me fermavo facevo la fine de Paoletto e de Medusa. Ormai stavo fori dai garage me potevo ancora salvà, so sbucato e ho tajato per il campetto, ma cazzo non c’era nessuno. Manco me veniva da gridà. Anche perchè a un certo punto so inciampato e me so ritrovato con la faccia per terra. Zozzo alle ginocchia. Tempo de giramme, un calcio sui reni e una lamata in pancia. Manco ho capito chi cazzo me l’ha data di quei 4 e se erano davvero 4 o qualcuno s’era infartato mentre me rincoveravano.
Assurdo, tutto assurdo. Ero uscito pe’ prenne aria, famme du passi, uscì da quella cameretta che dividevo coi fratelli, perché se vivi in tanti dentro una casa piccola, hai sempre bisogno de mette un po’ de distanza tra te e gli altri. E ora di spazio ne avevo quanto me ne volevo. Non c’era nessuno, vaffanculo. La vista era appannata e continuavo a sorridere. Ero talmente incredulo dalla piega che gli eventi avevano preso che nun ce volevo crede. Ma guarda te se devo morì qua. Nun potevo morì investito da un autobus in centro? Almeno aò me ne sarei potuto vantà nell’aldilà. Anche perché ho sempre pensato che prima o poi da qua me ne sarei annato. Non dico in centro eh, ma almeno dentro al raccordo sì. Invece la verità è che certi quartieri so come le sabbie mobbili, più te agiti pe’ uscinne e più vai sotto. Guarda te se devo diventà un tuttuno con l’asfalto smandruppato del vialone de casa mia. Com’è che dice quella scritta dietro la vecchia scola mia “alloro agli eroi”? Beh allora spero che per me come epitaffio scriveranno “asfalto pe’ no sfigato”. Sto perdendo i sensi. Le ultime immagini che riesco a mettere a fuoco sono i palazzoni che stanno alle spalle del mio. Sorrido pensando che se è vero che i quartieri popolari so un paese che difende e fa scudo intorno ai proprio figli, magari qualcuno me viè a raccattà. A Gabriè ma che pensavi a me quando hai scritto quella canzone?…

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