T-Max (primo tempo)

Posted by opinionista on Marzo 7, 2011

Quando sentì la macchia di sangue e la testa girare gli venne da ridere. Se ne avesse avuto la forza si sarebbe messo a cantare Gabriella Ferri. Te possino da tante cortellate… Non riusciva neanche a capire come fosse possibile trovarsi in quella situazione. Disteso tra l’erbacce e l’asfalto del marciapiede. Saranno passate più o meno due ore da quando era uscito di casa. Annoiato, come spesso capita se abiti in quel buco di culo di quartiere. Neanche era periferia. Era Hinterland che è un modo come un altro per dire quartiere dormitorio costruito nel territorio extraurbano.
Aveva incontrato Paoletto e il Medusa che stavano come sempre a svoltà la giornata. Incazzati neri per una sòla presa.
“Sto bastardo, sto pezzente. Ma io lo tajo stavorta lo tajo. Pensa che so ‘nfregnone”.
“Bono Paolè bbono mò s’annamo a ripija tutto puro coll’interessi. Tanto ndo va’.” provava a calmarlo Medusa.
Le solite storie. Palle di fumo. Grammate di cocco che giravano da una mano all’altra. E’ la microeconomia delle periferie. Quella che impedisce ai pischelli di morirsi di fame e di andare a incendiare i quartieri salotto della città. In questa periferia come le altre.
Generazioni buttate. In Francia la chiamano “Racaille”, la feccia. Qua sono più morbidi. Fino ai 16 anni baby-gang. Sopra i 18 semplicemente spacciatori o criminali. Loro al momento non erano né uno né l’altro. Ancora non erano entrati nel mondo dei grandi. Ancora per pochi mesi però, poi non li avrebbero più mandati al minorile.
“Aò stai a venì con noi?” mi dissero urlando.
“Ndò” gli risposi ancora stranito dal loro nervosismo.
Io non avevo nessuna voglia di un pomeriggio di tensione. Zero.
Avrei voluto perdermi nel parchetto sotto casa. Diventare invisibile e privarmi dell’udito.
Smettere di sentire i soliti discorsi di cui mi cibavo. Le urla. Le prese in giro. O i T-Max smarmittati che mi mandavano in bestia. Avrei voluto essere un tutt’uno con quel cazzo di quartiere. Lo odiavo ma era casa mia. Quando uscivo da lì inizialmente mi sembrava di stare meglio. Di respirare meglio. Ma poi mi saliva l’ansia. Non mi ritrovavo fuori dalla mia zona. Sempre in tensione. Sempre in paranoia. Quando arrivavo in centro con i mezzi pubblici avevo la stessa faccia di uno di quegli immigrati che arrivano a Lampedusa.
Ora alcuni di quelli abitano in questo quartiere. Credo che se glielo avessero fatto vedere prima di imbarcarsi, sarebbero rimasti a casa.
Fame per fame…
“Daje dovemo annasse a ripija mille euro da quer pezzo de merda che abita laggù. Ai palazzi grigi. All’emmedue.” disse Paoletto sempre più agitato.
“Ma io che c’entro” risposi.
“Aò è na cosa tranquilla. Quello è un cojone basta urlà nattimo e se caga sotto. E si ce dai na mano poi te damo un pezzo de quer nero. Un regalo pel disturbo fratè”.
“Aò nun me fate mette in mezzo a ste storie regà, sapete che vojo sta pulito sinnò me madre se infarta”.
“Anvedilo porcodeddio quante storie. Senti fratè, voi dà na mano alli amici tua o no? Te nun devi fa ncazzo. Devi venì con noi, tanto pe fa numero. Manco devi parlà o altro. Si nun era na cosa tranquilla te pare che mettevamo in mezzo?” disse ancora Paoletto con un sorriso sarcastico, da impunito qual era.
“Sì ma annamo subbito che nun vojo fa tardi e me vojo vedemme un firme che me so scaricato oggi.” aggiunsi poco convinto.
“Daje Medù annamo va”. E si mossero.

Fine Primo Tempo

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