Per Grazia Ricevuta

Posted by opinionista on Luglio 22, 2012

A roma ogni domenica per tutta l’estate arriva la risacca.
Il moto di ritorno dell’onda che fa affondare i piedi nella sabbia, che risucchia verso il largo, richiamando l’acqua indietro, acqua che abbraccia altra acqua, che unisce riottoso e fatale un mare.
La risacca porta via.
La risacca lascia.
Porta via ciò che è vivente e forte.
Lascia ciò che è morente e debole.
A roma ogni domenica d’estate arriva la risacca, e come da risacca, porta via tutto ciò che è vivo, sano, bello, lasciando ciò che è malato, brutto, debole.
Così se passaste un pomeriggio buttati su qualche sedia d’un bar lungo una sua strada di periferia vi si mostrerebbe tutto ciò che altrimenti non vedreste mai.
I resti.
Non che non siano visibili il resto della settimana, ma se ne stanno nascosti sornioni e infami, sciolti, diluiti nella massa, a capo chino come gli sconfitti, umiliati, per lo più rimossi dalla coscienza collettiva, proprio perchè “risulta”.
Ma il giorno che il signore decise che fosse il caso di interrompere la corsa frenetica al plusvalore, questa schiera di piccole non viste esistenze occupa il centro della scena, anche quì per semplice rimessa, soltanto perchè gli “altri”, i primi attori, hanno lasciato il centro della scena.
Roma, abbandonata, mostra i gusci vuoti dei paguri affiorare in superfice, come il mare quando lascia il bagnoasciuga.
La luce brilla su una città vuota, debole, sguarnita.
Non c’è un essere umano che cammini con andatura sicura, gli uomini sono storpi, le donne pure.
Io conobbi Domenica per la prima volta da bambino, nella mia prima infanzia. Nobile signora decaduta, mezza pazza, assorta, sbandata.
La vidi vagabondare distratta alla ricerca di un refolo di brezza.
Oggi l’ho rincontrata dopo tanto tempo, Invecchiata, anocora più dimessa, truccata male, e troppo.
Ma oggi come allora non mi ha impaurito, anzi, come allora, in una parte delle mia anima quella vecchia pazza mi tocca e commuove.
E come allora, di tanto in tanto una macchina segna il suo passaggio come una specie di colonna sonora, nel suo rumore distinto che si avvicina indolente e che poi altrettanto indolente scema, ladsciando soltanto al silenzio lo sfrondare sciupato dei peschi piantati quel dì da petroselli.
Io ho aperto gli occhi per la prima volta nella roma bella, nella roma vera, storica, monumentale.
Nella roma Luogo, nell’Urbe, nella roma della tradizione.
Sono nato sull’Isola tiberina, prendo il nome dal ponte che si poggia sul lungotevere de cenci, che guarda il teatro marcello, il ghetto, il tempio di vesta, la bocca della verità.
Ma poi, in verità, subito dopo mi hanno portato a casa, nella mia casa, che era in un altra roma.
Era la roma altra, postuma, moderna, la roma che non vedi se non per sbaglio, e con qualche sbadiglio, se non sei de roma.
Le mie immagini si sono forgiate per lo più in questa parte di città, intarsiate in profondità come solo il capace pugno dell’infazia sà intarsiare.
Largo Preneste, prototipo del non luogo, piazza degradata a slargo, senza identità, precaria zona di transito, di provvisorio passaggio, capolinea del 13, una volta la linea del Tram più lunga di roma, in teoria abbellito da un parchetto di 30 metri quadri di cartacce ammassate, di tossici sulle pachine lasciati soli a parlar da soli, con l’immancabile pista di pattinaggio come in ogni parchetto che si rispetti (perchè si sà, il pattinaggio a roma è sport nazionale) e poi il bar rossetti, il tabaccaro, ma soprattutto, il muro del “Grazie”.
Si perchè Largo Prenenste sin dalla nascita, con saggia furia reazionaria cercò di difendersi da se stesso, dalla propria bruttezza, orgogliosa bruttezza, di difendersi dall’avanzata del Niente.
Per contrastare il suo viso anonimo e la sua storia banale, ospitò per moto spontaneo ( e ancora ospita) una serie di commosse targhe, lapidi, appiccicate al muro da persone che ringraziavano la Madonna Per una Grazia Ricevuta, all’angolo di via di portonaccio.
Se andate potrete ammairare quanta gente si è sentita miracolata durante gli ultimi 50 anni per qualcosa.. magari vi potrerbbe anche aiutare.
Esiste una sensazione pungente quanto diffusa ed inafferabile che fonda i dejavu.
L’odore solitario di largo preneste, miscela di ferro dei binari con l’asfalto acre dei marciapiedi me lo porto dentro.
Un suono, Tin tin tin tin, quello del campanello del 13 quando avvertiva che di li a pochi istanti avrebbe dovuto attraversare la prenestina e fermarsi finalmente al capolinea dopo la sua lunga “corsa” da monteverde.
..che se cresci a largo preneste negli anni 80, sai che monteverde è l’australia, gli antipodi.
Monteverde per molto tempo nella mia fantasia è stato un luogo esotico, daltronde come per l’australia, non sapevo dove fosse, come fosse, cosa fosse, sapevo solo fosse lontana, di un lontano quantificabile nella vaga quanto precississima descrizione di un “dall’altra parte”.
Anche il nome poi..monteverde..chissà che me credevo.
Insomma, in qualche modo Largo Preneste lo amo, daltronde da bambini, si ama per necessità.
Così oggi, nella mia immaginazione, un me piccino, è andato ad apporre la propria lapide PGR..in quel polevroso angolo in cui via di portonaccio incontra via prenestina.
La mia personalissima lapide PGR. Per Grazia Ricevuta.
Volevo ringraziare la madonna di tutto e di niente, quel tutto e quel niente che circonda ogni respiro.

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